
N’egli ultimi vent’anni, la Cina ha adottato politiche industriali aggressive che le hanno consentito di conquistare oltre il 53% della produzione mondiale nel settore navale commerciale. Parallelamente, Pechino ha integrato le capacità civili dei suoi cantieri con la produzione militare, implementando la strategia del “military-civil fusion” (MCF).
La strategia del dual-use permette ai cantieri cinesi di condividere infrastrutture, investimenti e proprietà intellettuali tra il settore civile e militare. Come evidenziato anche dal recente rapporto del Center for Strategic and International Studies (CSIS) americano, “Confronting China’s Dual-Use Shipbuilding Ecosystem” (marzo 2025), questo sistema consente alla Marina cinese (PLA Navy) di beneficiare indirettamente delle tecnologie sviluppate da aziende estere tramite commesse commerciali. Circa il 75% delle navi prodotte da questi cantieri dual-use è infatti destinato a compagnie straniere, inclusi molti Paesi alleati degli Stati Uniti. Questo meccanismo implica un trasferimento indiretto di tecnologie strategiche verso la Cina, poiché spesso queste navi sono costruite secondo specifiche tecniche avanzate, sistemi innovativi e requisiti progettuali provenienti da aziende straniere.
Questo modello consente alla Cina di abbassare notevolmente i costi di modernizzazione della propria flotta militare e di esercitare una forte pressione competitiva sul mercato globale della cantieristica, causando problemi rilevanti all’industria marittima statunitense ed europea, con numerosi cantieri che hanno dovuto chiudere o ridimensionare la propria attività.
Recentemente, il governo USA ha iniziato ad affrontare questa sfida. Nel 2024 è stato proposto il “SHIPS for America Act”, che prevede incentivi significativi per il rilancio della cantieristica americana e misure punitive specifiche nei confronti delle pratiche cinesi, come tariffe doganali sui beni trasportati da navi costruite in cantieri cinesi dual-use.









